Estratti vegetali standardizzati

(1a parte). 


Tratto dalla rete

Traduzione di Marco Turazza. 


Dal punto di vista di:

Dr. Michael Tierra, L.Ac., O.M.D.,

membro fondatore della corporazione erboristi americani (the American Herbalists Guild) 

L’avvento dei prodotti erboristici sotto forma di estratti standardizzati è iniziata nel 1992 come risultato di una legge europea a garanzia dell’efficacia.

Fin da allora i sostenitori degli estratti standardizzati li consideravano un avanzamento storico, cercando di far si che sia i consumatori che i medici usassero tali prodotti con sempre maggiore fiducia e metodica.

Quello che la maggior parte delle persone non realizzò è che la maggioranza di tali sostenitori era costituita da:

  1. medici pratici ed accademici che spesso hanno poca o nessuna esperienza clinica con le erbe,
  2. ricercatori il cui lavoro è sovvenzionato da industrie produttrici degli estratti utilizzati nelle prove cliniche,
  3. naturopati con legami finanziari con le industrie produttrici.

Un gruppo evidentemente mancante dal coro degli entusiasti degli estratti standardizzati è quello degli erboristi professionisti che basano la loro primaria attività sull’efficacia delle erbe.

Sebbene essi non condannino categoricamente gli estratti standardizzati, sono d’accordo sul fatto che questi non necessariamente devono essere più potenti od efficaci di un estratto non standardizzato.

Gli estratti standardizzati possono essere di due principali tipi:

  1. quelli in cui esiste un principio attivo biochimico conosciuto ed accettato;
  2. quelli in cui tale principio attivo non è conosciuto e viene utilizzato come "marker" un composto caratteristico; ciò significa che esistono altri componenti biochimici che determinano le proprietà terapeutiche dell’estratto.

Negli estratti di tipo 1), il composto biochimico conosciuto viene isolato dalla pianta e successivamente concentrato in quantità tali che non si potrebbero mai riscontrare in natura. Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla caffeina del caffè.

Questo genere di estratti tendono ad essere simil-farmaceutici, con la potenziale presenza di effetti collaterali indesiderati non normalmente presenti nella pianta o in un estratto non standardizzato.

Dal punto di vista erboristico questo tipo di estratti, seppure più potenti, sono ben più che una droga erboristica o un fitofarmaco.

Inoltre, nel momento in cui il principio attivo viene isolato a spese dell’equilibrio biodinamico della pianta stessa, si può avere la perdita di altre sostanze presenti nella pianta, come ad esempio composti in grado di ridurre le reazioni avverse.

Esempi di erbe dove il principio attivo è conosciuto e isolato sono:

  1. Ginkgo (24% flavonglucosidi)
  2. Cardo Mariano (80% silimarina)
  3. Semi di Uva rossa (95% polifenoli)
  4. Saw Palmetto (90% acidi grassi liberi)
  5. Pygeum (12% fitosteroli)
  6. Tè Verde (60% catechine)
  7. Cascara sagrada (20-30% antrachinoni)
  8. Mirtillo (25% antocianosidi)
  9. Kawa (30-40% kawalattoni)

In un estratto "marker" (tipo 2), nessun composto attivo è conosciuto, così che l’intero estratto contiene tutti i componenti della pianta.

Con tale tipo di estratti la caffeina dell’esempio sopra riportato non verrebbe usata come "marker", in quanto non è una sostanza sufficientemente specifica per quella pianta.

Quando i ginsenosidi del ginseng, ad esempio, sono standardizzati dal 5 al 15%, tutte le altre proprietà della pianta sono presenti in un estratto "marker". Così, la semplice presenza di una percentuale fissa di ginsenosidi non garantisce le proprietà toniche di una radice ben invecchiata. Infatti, poiché i ginsenosidi si possono trovare anche nelle più economiche foglie, può succedere che alcuni estratti di ginseng siano ottenuti dalle foglie anziché dalle radici.

Alcuni esempi di estratti nei quali il principi attivo non è conosciuto e non isolato sono:

  1. Carciofo (2-5% cinarina)
  2. Camomilla (1,2% apigenina / 0,5% olio essenziale)
  3. Artiglio del diavolo (5% arpagosidi)
  4. Echinacea (4% echinacosidi)
  5. Efedra (6-8% efedrina / pseudoefedrina)
  6. Ginseng (5-15% ginsenosidi)
  7. Ippocastano (20% escina)
  8. Uva ursina (20% arbutina)
  9. Tè Verde (20-50% polifenoli)
  10. Liquirizia (12% glicirrizina)
  11. Iperico (0,3-0,5% ipericina)
  12. Schissandra (2-4% schissandrine)
  13. Valeriana (0,8-1% acido valerianico)
  14. Salice bianco (8% salicina)

Mentre queste rappresentano le categorie più utilizzate, la scienza continua a sviluppare nuovi metodi. Uno di questi, creato dalla PharmaPrint Inc., è in grado di identificare e standardizzare parecchi costituenti attivi. Questo è il processo più avanzato attualmente esistente in materia di standardizzazione, ma il costo di oltre 500.000 dollari lo rende accessibile solo alle compagnie farmaceutiche più grandi.

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